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Migranti a Rescaldina: ecco chi sono e cosa fanno

da SempioneNews

In esclusiva l'intervista ai richiedenti asilo a Rescaldina e agli educatori della Fondazione Somaschi Onlus: dal bando Sprar ai protagonisti dell'integrazione. La storia di chi ha attraversato il mediterraneo, i loro sogni per il domani passano da Rescaldina.

Dopo l'ultimo consiglio comunale è chiaro: Rescaldina parteciperà al bando SPRAR nel 2019. Questa notizia ha scosso le acque in paese: in molti si sono lamentati di possibili nuovi arrivi di migranti: Le questioni sollevate sono semplici: chi sono questi migranti? Perché vengono a Rescaldina? E soprattutto, potrebbero rappresentare un problema? Noi di SempioneNews abbiamo voluto conoscere i richiedenti asilo già presenti a Rescaldina, i loro educatori, la loro storia e le loro speranze.

È fondamentale però fare prima un passo indietro. Nel 2012, con la giunta guidata dalle'ex Sindaco Paolo Magistrali, Rescaldina ha aperto le porte ai migranti, da allora però il processo di integrazione si è evoluto e con l'adesione allo SPRAR e la firma del protocollo con la Prefettura nessun altro richiedente asilo potrà arrivare a Rescaldina oltre ai 19 previsti, neanche in appartamenti privati. Quindi la buona notizia per chi teme "l'invasione" è che il numero di migranti a Rescaldina rimarrà pressoché invariato: ad oggi in paese sono presenti 18 persone in attesa di una risposta legale riguardo il loro status, gli stessi (o quasi) presenti dal 2014, quando sono arrivati dal cento di via Quasimodo di Legnano e dei quali nessuno sembra essersi mai accorto, al punto che c'è chi si preoccupa oggi del loro arrivo.

Come avviene l'integrazione

Si chiama accoglienza diffusa ed è il sistema con cui la Fondazione Somaschi Onlus gestisce il CAS (Cento Accoglienza Straordinario) che ospita i migranti di Rescaldina. Niente capannoni con decine di persone a vivere insieme, niente alberghi, niente tende o contener. A Rescaldina i migranti vivono in appartamenti privati, l'affitto mensile viene pagato in buona parte con i fondi che l'Unione Europea stanzia (circa l'80% del totale) per l'integrazione, 35 euro al giorno, circa, per migrante che servono per le spese di struttura, beni di prima necessità come vestiti e cibo, stipendiare il personale che li segue.

"Il primo giorno - spiega Serena Banfi, educatrice della Fondazione - la Questura di Milano li fa arrivare al Centro muniti di una relazione, ma di norma preferiamo parlare con queste persone per conoscere da loro la loro storia e la loro situazione. Li accompagniamo a vedere la casa, conoscono i loro coinquilini e si va a fare una prima spesa, così che comincino a prendere confidenza con il territorio. Una volta ambientati rimangono abbastanza indipendenti, noi passiamo per ogni appartamento tre volte a settimana, puntiamo molto a fargli creare rete tra loro e fare intrecciare questa con il tessuto sociale rescaldinese.

I vantaggi di questo tipo di accoglienza sono molteplici. I migranti vivono in case vere e questo è importante per la dignità di una persona: non sono case popolari, l'associazione gestisce i contratti d'affitto. Inoltre si trovano a rapportarsi con dei vicini di casa, seguire regole di condominio e di convivenza. Una volta usciti dal CAS, inoltre, saranno indipendenti: sapranno curare una casa e conosceranno il loro posto all'interno di un sistema cittadino. In generale, sono responsabilizzati.

I primi passi con la lingua italiana li compiono con i corsi di alfabetizzazione, poi c'è la scuola di lingua italiana che si conclude con l'ottenimento di un certificato ufficiale. Per la nostra fondazione è molto importante indirizzare questi ragazzi al lavoro e cerchiamo di commutare le loro abitudini e le loro competenze acquisite nei paesi di origine in qualità spendibili qui.

La sfida più grande durante il processo d'integrazione in realtà è l'attesa di una risposta legale che sancisca o meno la possibilità di restare sul suolo italiano. In caso questo esito fosse negativo, i ragazzi sono liberi di fare ricorso e l'associazione si propone di accompagnarli durante questo percorso, spesso troppo burocratizzato per interpretare adeguatamente certe situazioni.

Se anche in ultimo grado di giudizio la sentenza dovesse essere negativa, arriverebbe per il migrante un foglio di via e il conseguente dovere di abbandonare il paese in 10 giorni. Questo dopo anni investiti per l'integrazione in Italia, a livello linguistico, sociale e lavorativo. È molto improbabile che questo ragazzi abbandonino il Paese davvero, anche per la mancanza di mezzi, molto spesso vanno nelle grandi città e provano a spendere ciò che hanno appreso.  Alla meglio trovano lavoro nero, ma è molto probabile che siano portati alla microcriminalità per sopravvivere. Vengono abbandonati, letteralmente."

I volti dei migranti

Bakari Jaovara e Bakary Cisse sono due ragazzi rispettivamente di 23 e 30 anni, il primo del Gambia e il secondo del Senegal ed entrambi sono in Italia dal 2014. Il centitreenne ha perso il padre da giovane e sua madre aveva difficoltà a mantenere lui e il fratello, a 18 anni ha deciso di partire e da lì è cominciata la sua odissea. "Cambiare nazione vuol dire studiare, sempre, un contesto nuovo. Quando si ha bisogno di lavorare diventa essenziale imparare per potersi inserire e trovare il proprio posto, ma non è così semplice. Dal Gambia sono andato in Senegal, poi in Mali, Burkina Faso, Niger e Libia. Trovare un lavoro che mi permettesse di vivere e al contempo aiutare i miei cari è stata una missione davvero ardua, anche per vie di tutte le tensioni razziali che esistono in Africa. Molti pensano che le 'guerre' dalle quali le persone scappano siano solo quelle militari, quando la realtà ha completamente un'altra faccia: in Libia, per esempio, negli ultimi anni c'è davvero l'anarchia per strada e chi viene dalle nazioni centrali del continente rischia la vita ogni volta che esce per strada.

Un colpo di pistola, un'aggressione, tutto può finire da un momento all'altro. Io sono scappato da questo tipo di guerra, nella quale sono arrivato fuggendo dalla povertà. In Libia però si può lavorare e io mi ero sistemato sotto quel punto di vista, mi occupavo di tenere pulita la casa di una famiglia benestante e con loro mi trovavo molto bene. Lo stress psicologico per quello che succedeva solo qualche decina di metri più in là era davvero forte ed è arrivato un momento in cui ho deciso di lasciare tutto e andare verso il mare.

Arrivato di notte in spiaggia ho visto che una delle barche che affronta il mediterraneo era in partenza e mi sono nascosto al suo interno confondendomi tra tutti i presenti. Avevo 19 anni, non sapevo nuotare e non avevo pagato nessuno per stare lì. Non so cosa sarebbe successo se mi avessero trovato. Il viaggio è stato terribile, una di quelle paure che non pensi di poter provare nella vita. Ti accompagna dall'inizio alla fine della tratta, fino a quando in lontananza si comincia a vedere la costa della Sicilia. Eravamo circa 100 persone su quel barcone, la gioia è stata immensa. Dopo qualche giorno trascorso sull'isola ci hanno portati a Bresso, il centro lì è enorme. Poi a Legnano, dal 2014 a Rescaldina.

Qui ho studiato la lingua e ho fatto dei corsi di formazione, ora lavoro come cuoco e ho un contratto a chiamata. Lavorare qui mi piace, finalmente sono in un posto dove mi piacerebbe restare".

.Anche Bakary Cisse ha una storia simile. I continui spostamenti in Africa in ceca di serenità fino al viaggio disperato fino alle coste siciliane. Qui anche Bakary ha studiato la lingua e ha ottenuto il certificato a Giugno 2018. Studia, i suoi corsi di formazione sono finalizzati alla sicurity in quanto vorrebbe lavorare nei centri commerciali o nei negozi come addetto alla sicurezza.

"Rispetto la Sicilia o Bresso, qui a Rescaldina mi trovo davvero bene. Vivo con altri due ragazzi e vicino a noi c'è un altro appartamento con dei ragazzi senegalesi: passare ad una situazione del genere rispetto a vivere nei contener di Bresso è completamente diverso, mi sento libero. Tra noi coinquilini riusciamo a dividerci i compiti e collaboriamo per rispettare abitudini e spazi di tutti. I vicini di casa ci salutano e spesso ci fermiamo a parlare, è una bella situazione.

Sto lavorando molto per riuscire ad integrarmi in questo contesto e faccio il possibile per diventare al più presto indipendente, questo sia un buon motivo perché l'Italia mi accolga. Ad arrivare a Rescaldina mi sento molto fortunato, c'è un forte rispetto reciproco e questo è fondamentale".

Il commento dell'Assessore Enrico Rudoni

"Della Fondazione Somaschi non posso che parlarne bene, fanno un lavoro eccellente, sono un esempio di virtuosità nel contesto dell'integrazione. Di fondo il passaggio a SPRAR sarà solo una formalità che delineerà marcatamente le linee guida che già vengono seguite durante le procedure in vigore, con in più i riconoscimenti dei vantaggi del caso, come l'integrazione tra Comune e le associazioni del territorio, oltre ad una presa in carico direttamente dell'Amministrazione dell'inserimento nel territorio dei migranti.

Rescaldina è per l'integrazione e si impegna nella sua esecuzione diffusa sul territorio, che mette al primo posto il risultato e la dignità delle persone. Un'abitazione, il lavoro e la socialità sono le tre basi della nostra idea di integrazione, che combacia alla perfezione con quella di Fondazione Somaschi Onlus, del suo responsabile Valerio Pedrani e con l'evoluzione delle procedure SPRAR".

Stefano Melli

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