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Identità

La diffusione sul pianeta di merci, oggetti, persone e idee ha consentito guadagni ingenti a una parte di mondo. Preoccupate dagli effetti incontrollabili della globalizzazione, le società che si sono arricchite ora alzano “barriere” con la scusa di proteggere la propria identità da altri influssi. Ma in un mondo da sempre in continuo movimento ed evoluzione chi sono gli “altri” e come si può risalire a una specifica identità? E poi, siamo proprio sicuri che non siano gli “altri” a doversi difendere da “noi”? In realtà, la difesa identitaria è un falso problema; tanto che nel saggio “IDENTITA” dello storico Adriano Prosperi si parla di “retorica identitaria”; ossia della ricerca inutile di opportuni discorsi a effetto per parlare di banali luoghi comuni quali il colore della pelle o il Dio a cui ci si rivolge.

Esistono varie religioni imposte ai popoli per governarli, approfittando dell’esigenza di ognuno di giustificare la propria esistenza in questo mondo. E ancora, nella storia umana ci sono sempre state stragi di nemici, veri o presunti, per eliminare chi si oppone agli appetiti dei potenti di turno. Sono state quindi le religioni e le stragi a generare l’identità delle nazioni; tutto il resto è fantasia. Dopo la globalizzazione, e conseguenti migrazioni da luoghi di guerra e povertà, si è cominciato a parlare d’identità minacciate e a costruire “muri” per difendersi dagli “altri”. Che gli abitanti del mondo più disastrato acquistino merci per arricchirci va bene, che pretendano anche di continuare a esistere e tentino di vivere con noi per assomigliarci, no. Per contrastare ciò si è tirata in ballo l’identità, ma forse in occidente è il caso di cominciare a preoccuparsi di più del deterioramento continuo di valori etici, religiosi e sociali. Si parla spesso anche di una fantomatica identità europea ma non si capisce cosa abbiano in comune, per esempio, un italiano e un islandese. Visto che in Italia sono passati popoli di ogni provenienza -arabi compresi- sarebbe perfino impossibile risalire a un’identità nazionale e -dopo la migrazione interna di lavoratori- all’identità milanese o torinese.  

In nazioni come il Canada si è formato un “mosaico etnico” che conta molte decine di popoli diversi, integrati fra loro, che non hanno sentito l’esigenza di difendere alcuna identità. Il pretesto della difesa identitaria serve a creare paure che consentano ai potenti di turno di mantenere il potere o di conquistarlo. Purtroppo ciò, talvolta, coinvolge bambini e giovani facilmente manipolabili (vedi isis) perché plagiare bambini significa impadronirsi del futuro. Ma l’isis conta poco e non saranno loro a decidere il futuro del pianeta. Il mondo intero, compresi i numerosissimi islamici che non hanno nulla ha a che fare con l’isis, prima o poi vincerà contro il terrore.
In conclusione, se un problema c’è non si chiama identità ma integrazione. Dobbiamo creare una cultura di collaborazione e accettazione con tutti coloro che -la stragrande maggioranza- rifiutano guerre e violenze. E non importa se chi vuole pregare lo fa in chiese, moschee, sinagoghe, pagode o altri luoghi di culto. L’importante è che tutti conoscano e rispettino le regole del paese in cui vivono.

Gastone Campanati

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